Persone che osservano uccelli con binocoli in un ambiente naturale all'alba
Pubblicato il Marzo 15, 2024

Contrariamente a quanto si pensi, il birdwatching non richiede attrezzature costose né viaggi esotici, ma è un’arte dell’osservazione paziente che trasforma il rapporto con la natura più vicina.

  • L’apprendimento passa più dall’ascolto attivo e dalla conoscenza dell’habitat che dalla tecnologia.
  • Il silenzio e l’etica dell’osservatore aumentano drasticamente le possibilità di avvistamento e la qualità dell’esperienza.

Raccomandazione: Invece di puntare a collezionare specie rare, concentratevi sul trasformare il parco vicino casa nel vostro “capanno” personale, imparando a conoscere i ritmi degli uccelli residenti.

Nella frenesia quotidiana, tra notifiche incessanti e impegni che si accavallano, trovare un’attività che calmi la mente e ci riconnetta con il mondo reale sembra un’impresa. Molti si rivolgono allo yoga o alla meditazione, ma esiste un’alternativa che unisce la quiete interiore alla scoperta intellettuale: il birdwatching. Spesso, l’idea di iniziare è frenata da preconcetti: la necessità di attrezzature professionali e costose, l’obbligo di viaggiare in riserve naturali remote o la sensazione che sia un hobby per specialisti. Si pensa subito a teleobiettivi imponenti e a guide da campo incomprensibili.

E se la vera essenza di questo passatempo non fosse collezionare avvistamenti rari come trofei, ma riscoprire un’arte quasi perduta, quella dell’osservazione paziente? Il birdwatching, nella sua forma più pura, è una pratica di mindfulness attiva. Non si tratta di “guardare” uccelli, ma di “vedere” il mondo attraverso i loro occhi, di comprendere le dinamiche di un ecosistema partendo dal canto di un merlo sul tetto di fronte. Questo approccio trasforma un semplice hobby in uno strumento potente per ridurre lo stress, affinare i sensi e rendere straordinario anche l’ambiente più familiare, come il giardino pubblico dietro casa.

Questa guida non vi darà una lista della spesa per diventare ornitologi professionisti. Al contrario, vi mostrerà come sviluppare la giusta mentalità e le competenze essenziali per fare del birdwatching un’esperienza profondamente rilassante e gratificante, partendo da un budget minimo e dalla natura che già vi circonda. Esploreremo come allenare l’orecchio prima ancora degli occhi, come scegliere l’attrezzatura davvero indispensabile senza cadere in trappole commerciali e, soprattutto, come adottare un’etica che metta il benessere degli animali al primo posto.

In questo articolo, seguiremo un percorso che parte dai sensi per arrivare alla consapevolezza. Inizieremo dall’ascolto, per poi passare alla vista e infine alla comprensione degli eventi più spettacolari che la natura offre, come le grandi migrazioni. Ecco cosa scopriremo insieme.

Merlo o Usignolo? Come usare app come Merlin Bird ID per identificare chi canta

Il primo passo per entrare nel mondo del birdwatching non è la vista, ma l’udito. Prima di vedere un uccello, quasi sempre lo si sente. Applicazioni come Merlin Bird ID del Cornell Lab of Ornithology sembrano magiche: registrano un canto e forniscono un’identificazione. Tuttavia, il loro vero valore non è darci una risposta immediata, ma funzionare come un maestro personale per allenare il nostro orecchio. Affidarsi ciecamente all’app senza un ascolto critico è come usare un traduttore automatico senza mai imparare la lingua. La tecnologia dovrebbe essere un supporto all’apprendimento, non una scorciatoia che lo inibisce.

La chiave è l’ascolto attivo. Invece di guardare subito il risultato, provate a descrivere il suono: è un fischio melodioso, un trillo metallico, una serie di note ripetute? L’app mostra anche un sonogramma, una rappresentazione visiva del canto, che aiuta a “vedere” la struttura del suono. Questo processo trasforma un rumore di fondo in un’informazione ricca di significato. La funzione di riconoscimento vocale di Merlin ha una notevole efficacia, con una precisione che raggiunge il 92% in condizioni ottimali, rendendola uno strumento affidabile per confermare le proprie ipotesi e imparare dalle correzioni.

Piano d’azione per affinare l’orecchio: il metodo Merlin

  1. Registra e attendi: Avvia la registrazione del canto ma non guardare subito l’identificazione suggerita dall’app.
  2. Descrivi il suono: Prova a descrivere a parole ciò che senti. È un trillo, un fischio, una nota secca, una sequenza ripetuta? Appunta le tue impressioni.
  3. Analizza il sonogramma: Osserva la forma grafica del canto. La vedi salire, scendere, ripetersi? Questo ti aiuta a creare una memoria visiva associata a quella uditiva.
  4. Confronta e verifica: Solo a questo punto, confronta le tue ipotesi con l’identificazione suggerita da Merlin. Hai indovinato? Dove hai sbagliato?
  5. Studia le variazioni: Usa l’archivio dell’app per riascoltare i canti di specie simili (es. merlo vs tordo) o le variazioni regionali per imparare a cogliere le sfumature.

Adottare questo metodo significa passare da un ruolo passivo a uno attivo. Non chiediamo più “chi sta cantando?”, ma iniziamo a sviluppare la capacità di rispondere da soli, usando l’app come un validatore esperto che ci guida nel nostro percorso di apprendimento. È così che il paesaggio sonoro intorno a noi inizia a popolarsi di individui e storie, invece di rimanere un indistinto sottofondo.

Porro vs Tetto: quale binocolo comprare con un budget di 100 euro per iniziare?

Una volta allenato l’orecchio, è il momento di aguzzare la vista. E qui sorge il primo, grande dilemma: quale binocolo scegliere? Il mercato è saturo di sigle (8×42, 10×50) e tecnologie che possono confondere un principiante. La buona notizia è che per iniziare non serve un’attrezzatura da professionista: un budget intorno ai 100 euro è più che sufficiente per acquistare uno strumento di qualità che vi accompagnerà per anni. La scelta fondamentale si riduce a due architetture ottiche: i prismi di Porro e i prismi a Tetto.

Mani che tengono un binocolo compatto durante l'osservazione degli uccelli

I binocoli con prismi di Porro sono quelli dalla forma classica, più larghi e tozzi, mentre quelli con prismi a Tetto sono più snelli e compatti. La differenza non è solo estetica, ma influenza profondamente l’esperienza d’uso. Per un principiante, la scelta non dovrebbe basarsi solo sulla potenza di ingrandimento, ma su un equilibrio tra luminosità, comfort e praticità. La tabella seguente, basata su un’analisi comparativa per neofiti, riassume le differenze chiave in questa fascia di prezzo.

Confronto binocoli Porro vs Tetto sotto 100€
Caratteristica Prisma di Porro Prisma a Tetto
Peso medio 700-800g 500-600g
Profondità di campo Maggiore (effetto 3D) Minore
Prezzo (qualità equivalente) 60-80€ 90-120€
Ergonomia per lunghe sessioni Più faticoso Più confortevole
Robustezza Maggiore resistenza al disallineamento Più delicato

Per un neofita, il binocolo a tetto è spesso la scelta migliore: è più leggero, più comodo da tenere per lunghi periodi e più facile da trasportare. Anche se a parità di prezzo un Porro può offrire un’immagine leggermente più luminosa e tridimensionale, l’ergonomia è fondamentale. Un binocolo pesante diventerà presto un fastidio e finirà per rimanere a casa. Un test pratico raccontato da un utente su un forum di appassionati è illuminante: provando vari modelli nel parcheggio di un negozio, un economico Nikula 8×42 a prismi a tetto si è rivelato superiore per la rapidità di messa a fuoco, mentre un più luminoso Bresser 10×50 a prismi di Porro risultava già scomodo dopo pochi minuti.

L’errore di usare i richiami registrati per attirare gli uccelli (perché è dannoso)

Una volta armati di binocolo e di un orecchio allenato, la tentazione di “aiutare” la natura può essere forte. In rete si trovano facilmente registrazioni di canti di uccelli e l’idea di riprodurle sul campo per attirare un soggetto e osservarlo meglio sembra innocua, se non addirittura intelligente. In realtà, questa pratica, conosciuta come “playback”, è uno degli errori più comuni e dannosi che un birdwatcher possa commettere. Non è un’interazione, ma un’intrusione che può avere conseguenze negative per gli animali.

Il canto, per un uccello, non è solo una melodia: è una dichiarazione di possesso di un territorio, un segnale per le femmine, una sfida per i rivali. Riprodurre il canto di un conspecifico nel suo territorio è come far entrare un intruso in casa nostra. L’uccello residente è costretto a reagire, interrompendo le sue attività vitali – come la ricerca di cibo o la cura dei pulli – per localizzare e scacciare un rivale che, di fatto, non esiste. Questo comportamento si traduce in un inutile dispendio di energie. Come sottolinea l’ornitologo Emanuele Stival nella sua “Guida al Birdwatching e all’Ornitologia”:

L’utilizzo di richiami elettronici può causare uno stress biologico misurabile negli uccelli, consumando preziose calorie che dovrebbero essere utilizzate per la cova o la ricerca di cibo.

– Emanuele Stival, Guida al Birdwatching e all’Ornitologia

Esistono però delle alternative etiche per interagire con gli uccelli, basate sulla loro curiosità piuttosto che sul loro istinto territoriale. Queste tecniche, come il “pishing”, imitano suoni generici di allarme o di contatto che attirano piccoli passeriformi senza scatenare una risposta aggressiva. Vanno usate con estrema parsimonia e consapevolezza.

Alternative etiche ai richiami: tecniche di “pishing”

  1. Praticare il ‘pishing’: Emettere una serie di suoni sibilanti e ripetuti come “pssh-pssh-pssh” a basso volume.
  2. Provare lo ‘squeaking’: Baciare il dorso della mano producendo un suono acuto e squillante, simile al verso di un piccolo mammifero in difficoltà.
  3. Imitare versi di allarme generici: Riprodurre suoni brevi e secchi che segnalano una potenziale minaccia, incuriosendo gli uccelli vicini.
  4. Limitare l’uso: Non superare mai i 30 secondi di richiamo e attendere diversi minuti prima di riprovare.
  5. Osservare la reazione: Se gli uccelli mostrano segni di stress o agitazione, smettere immediatamente.

L’approccio etico è il cuore del vero birdwatching. Il nostro obiettivo è osservare la natura nel modo meno invasivo possibile, diventando una presenza neutra. La gratificazione più grande non deriva da un avvistamento forzato, ma da quello che la natura decide spontaneamente di regalarci.

Dove trovare le oasi con capanni gratuiti per fotografare senza essere visti?

La domanda che ogni aspirante birdwatcher si pone è: dove andare? L’immaginario collettivo suggerisce oasi naturalistiche, parchi nazionali, luoghi remoti dotati di capanni di osservazione. Questi posti sono certamente meravigliosi, ma spesso richiedono tempo, pianificazione e denaro. L’idea che per vedere qualcosa di interessante si debba per forza “andare da qualche parte” è limitante e, per fortuna, sbagliata. Il miglior capanno di osservazione è spesso quello più vicino a casa, e non è una struttura di legno, ma uno stato mentale.

Il concetto chiave è quello di “local patch“, ovvero un’area circoscritta vicino a casa – un parco cittadino, un piccolo bosco, un tratto di fiume – che si decide di esplorare regolarmente e in profondità. Un birdwatcher di Milano, ad esempio, ha trasformato il parco Sempione nel suo “capanno personale”. Visitandolo ogni settimana per un anno, ha mappato le “zone calde”: una specifica siepe di biancospino dove merli e pettirossi si rifugiavano, una pozza d’acqua temporanea frequentata dalle ballerine bianche dopo la pioggia, un vecchio pino che ospitava un nido di ghiandaia. Dopo sei mesi, conosceva i ritmi e le abitudini di oltre 20 specie residenti, riuscendo a prevedere dove e quando osservarle con grande precisione.

Questo approccio trasforma l’osservazione da una caccia alla novità a uno studio approfondito. Invece di vedere 100 specie diverse una sola volta, si impara a conoscere intimamente 20 specie, osservandone il corteggiamento, la nidificazione, l’alimentazione. Per iniziare a mappare il proprio local patch, basta imparare a riconoscere i micro-habitat, ovvero quelle piccole aree che offrono cibo, acqua o riparo.

Come identificare micro-habitat produttivi in qualsiasi ambiente

  1. Alberi da frutto: Cercate alberi (anche ornamentali) con bacche o frutti maturi. Sono una calamita per tordi, storni e capinere.
  2. Siepi fitte: Una siepe densa e intricata è un condominio per piccoli passeriformi come scriccioli e pettirossi, che vi trovano riparo dai predatori.
  3. Pozze d’acqua: Qualsiasi fonte d’acqua, anche una pozzanghera persistente dopo un temporale, diventerà un punto di abbeverata e bagno per molte specie.
  4. Posatoi esposti: Individuate rami secchi, pali o fili con una buona visuale. Sono i punti di caccia preferiti da gheppi, averle e codirossi.
  5. Zone di confine: Il margine tra un prato e un bosco, o tra un campo coltivato e una siepe, è un’area di “ecotono” con una maggiore biodiversità.

L’avventura più grande, quindi, non è prenotare un weekend in un’oasi famosa, ma uscire di casa con binocolo e taccuino e iniziare a guardare il proprio quartiere con occhi nuovi. La soddisfazione di scoprire un nido di codibugnolo nel parco dove si passeggia da anni è impagabile e trasforma un luogo banale in una fonte continua di meraviglia.

Perché svegliarsi all’alba è obbligatorio se volete vedere qualcosa di più di un piccione?

“Il mattino ha l’oro in bocca” non è solo un proverbio, ma una legge fondamentale del birdwatching. Per chi inizia, l’idea di puntare la sveglia prima del sorgere del sole può sembrare un sacrificio eccessivo. “Perché non posso andare a fare birdwatching a mezzogiorno?”. La risposta è semplice: si può, ma l’esperienza sarà infinitamente meno ricca. Le prime ore del giorno non sono solo “un buon momento”, sono “il momento” per eccellenza, e questo per ragioni biologiche precise.

Paesaggio naturale all'alba con sagome di uccelli in controluce

Con le prime luci, gli uccelli sono al massimo della loro attività. Dopo una notte di digiuno, devono urgentemente trovare cibo. Inoltre, l’alba è il momento in cui riaffermano il possesso del loro territorio attraverso il canto. Questo fenomeno, noto come “coro dell’alba” (dawn chorus), è uno degli spettacoli più affascinanti della natura. Studi comportamentali hanno dimostrato che circa l’80% dell’attività canora di una giornata si concentra nelle prime due ore dopo l’alba. Essere sul campo in quel momento significa assistere a un concerto assordante e avere la massima probabilità di individuare e osservare gli uccelli, che sono più vocali e meno guardinghi.

Il coro dell’alba non è un’esplosione caotica di suoni, ma una sequenza ordinata e prevedibile. Uno studio condotto in un bosco italiano ha documentato questa incredibile gerarchia: i pettirossi, con i loro grandi occhi adatti a vedere con poca luce, iniziano a cantare fino a 70 minuti prima del sorgere del sole. Seguono i merli (50 minuti prima), poi i fringuelli (40 minuti), le cince (30 minuti) e infine i passeri, che si uniscono al coro solo una decina di minuti prima che il sole spunti all’orizzonte. Questa sequenza non è casuale, ma riflette la diversa sensibilità alla luce e la strategia ecologica di ogni specie. Assistere a questo “risveglio orchestrato” è un’esperienza quasi mistica.

Svegliarsi presto non è dunque un obbligo noioso, ma un privilegio. È il biglietto per assistere allo spettacolo più importante della giornata, un momento in cui il mondo degli uccelli si svela in tutta la sua vibrante complessità. A mezzogiorno, con il caldo e la pancia piena, la maggior parte degli uccelli sarà a riposo, nascosta tra il fogliame, e il bosco sembrerà quasi silenzioso.

Grandangolo o Teleobiettivo: quale lente scegliere per catturare la vastità senza disturbare la fauna?

Per molti birdwatcher, il passo successivo all’osservazione è la fotografia. Qui, la scelta dell’attrezzatura sembra scontata: un potente teleobiettivo per “avvicinarsi” il più possibile al soggetto. Questo approccio, tuttavia, rischia di trasformare la fotografia naturalistica in una mera caccia al ritratto, trascurando un elemento fondamentale: il contesto. Un’alternativa più etica e narrativamente più potente è l’uso del grandangolo.

Un teleobiettivo isola l’uccello dal suo ambiente, mentre un grandangolo lo racconta. Permette di mostrare non solo “chi” è il soggetto, ma “dove” vive e “cosa” sta facendo. È una scelta filosofica prima che tecnica, che sposta l’attenzione dalla performance ottica alla narrazione. Come ha scritto un fotografo naturalista su un forum di settore, “il grandangolo non serve per avvicinarsi all’uccello, ma per raccontare la storia dell’uccello nel suo mondo“. Questa citazione, proveniente da un forum di discussione di EBN Italia, racchiude l’essenza della fotografia ambientale.

Questa tecnica, chiamata “animale nel paesaggio“, richiede più pazienza e conoscenza dell’habitat rispetto all’uso del teleobiettivo. Non si insegue l’animale, ma si identifica una scena promettente – un ramo fiorito, una pozza di luce nel bosco – e si attende che l’animale entri a far parte della composizione. È un approccio che rispetta la fauna, evitando di disturbarla con un’eccessiva vicinanza, e produce immagini di grande impatto emotivo.

Tecnica dell’animale nel paesaggio: approccio etico

  1. Scegli focali ampie: Utilizza obiettivi con lunghezze focali tra 24mm e 35mm per includere una porzione significativa dell’habitat.
  2. Componi la scena: Inquadra il paesaggio come se fosse il vero protagonista, posizionando l’uccello in un punto di forza compositivo (es. regola dei terzi).
  3. Sii paziente: Invece di inseguire l’animale, posizionati nel punto prescelto e attendi che entri spontaneamente nell’inquadratura.
  4. Usa diaframmi chiusi: Lavora con diaframmi tra f/8 e f/11 per ottenere una grande profondità di campo e avere a fuoco sia il soggetto che l’ambiente.
  5. Pensa in grande: Componi l’immagine immaginando come apparirebbe stampata in grande formato, curando ogni dettaglio della scena.

Scegliere di lavorare con il grandangolo significa rinunciare al dettaglio della singola piuma per catturare l’anima di un luogo e la vita che lo popola. È una dichiarazione di intenti: non siamo predatori con un obiettivo, ma narratori che usano la luce per raccontare storie di natura.

Perché parlare a bassa voce aumenta del 200% le probabilità di avvistare animali selvatici?

Il consiglio di “fare silenzio” durante il birdwatching sembra ovvio. Ma spesso viene interpretato semplicemente come “non urlare”. La realtà è molto più sottile e ha a che fare con la fisica del suono e la psicologia animale. Non si tratta solo di volume, ma di prevedibilità. Per un uccello, un rumore forte e improvviso è un segnale di pericolo inequivocabile, che innesca una risposta di fuga immediata. Il nostro obiettivo è diventare parte del paesaggio sonoro, non un’anomalia che lo squarcia.

Il concetto scientifico chiave è la “Flight Initiation Distance” (FID), ovvero la distanza alla quale un animale inizia a fuggire all’avvicinarsi di una potenziale minaccia. Questa distanza non è fissa, ma varia in base a numerosi fattori, tra cui il tipo e l’intensità del disturbo. Studi sulla FID hanno documentato che la distanza di fuga può aumentare anche del 200% in presenza di rumori improvvisi e forti, come una conversazione a voce alta o la suoneria di un cellulare. Parlare a bassa voce, o meglio ancora, comunicare a gesti, riduce drasticamente questa distanza, permettendoci di avvicinarci molto di più.

Un’interessante ricerca sulla percezione del pericolo negli uccelli italiani ha rivelato che nel nostro paese, probabilmente a causa di una lunga tradizione venatoria, la distanza di fuga media è particolarmente elevata rispetto ad altre nazioni europee. Lo stesso studio ha però dimostrato che non è solo il rumore a fare la differenza. I ricercatori hanno osservato che adottare movimenti lenti e fare pause frequenti riduceva la distanza di fuga media nei passeriformi da 15 a soli 7 metri. Al contrario, fissare un uccello direttamente negli occhi veniva percepito come un comportamento predatorio e aumentava la distanza di fuga del 40%.

Il silenzio, quindi, è solo una parte dell’equazione. Il vero segreto per non essere percepiti come una minaccia è un insieme di comportamenti: muoversi lentamente, evitare gesti bruschi, non fissare gli animali e comunicare sottovoce. Si tratta di proiettare un’aura di calma e prevedibilità. Diventare “invisibili” non significa nascondersi, ma muoversi nel mondo in un modo che non generi allarme. Questa è forse la lezione più profonda e meditativa che il birdwatching possa insegnarci.

Da ricordare

  • L’essenza del birdwatching per principianti non è la tecnologia, ma l’apprendimento dell’ascolto attivo e paziente.
  • Il miglior luogo per iniziare non è un’oasi remota, ma il “local patch”: l’ambiente familiare vicino a casa, esplorato con occhi nuovi.
  • L’etica è una strategia: il rispetto per gli animali (alzarsi all’alba, evitare richiami, muoversi in silenzio) aumenta esponenzialmente la qualità e la quantità degli avvistamenti.

Osservare la migrazione: quando e dove posizionarsi per vedere il passaggio di migliaia di rapaci?

Dopo aver imparato ad ascoltare, a osservare con etica e a conoscere il proprio territorio, c’è un’esperienza che rappresenta il culmine della passione per il birdwatching: assistere al miracolo della migrazione. Due volte all’anno, milioni di uccelli attraversano i cieli, seguendo rotte ancestrali. Intercettare questi fiumi di vita è un’emozione indimenticabile. Per un birdwatcher italiano, uno degli spettacoli più grandiosi è la migrazione dei rapaci, in particolare sullo Stretto di Messina.

Dettaglio ravvicinato delle penne di un rapace in volo

Lo Stretto funziona come un “collo di bottiglia” naturale, un punto in cui migliaia di uccelli si concentrano per attraversare il braccio di mare nel punto più breve. Durante il picco della migrazione primaverile, tra aprile e maggio, si può assistere al passaggio di fino a 30.000 rapaci, soprattutto falchi pecchiaioli e poiane, che sfruttano le correnti termiche ascensionali per prendere quota e planare verso nord. La concentrazione massima di solito si verifica tra le 11:00 e le 15:00, quando il sole scalda la terra e le termiche sono più potenti. Altri siti chiave in Italia includono i valichi alpini e le isole minori.

Assistere a questo spettacolo non è solo questione di trovarsi nel posto giusto al momento giusto. È possibile imparare a “prevedere” i giorni di passo intenso, trasformando l’attesa in una caccia strategica basata sulla meteorologia. I grandi migratori, infatti, sono maestri nel sfruttare le condizioni atmosferiche a loro favore per risparmiare energia.

Come prevedere i giorni di grande passo migratorio

  1. Monitora i fronti freddi: I giorni immediatamente successivi al passaggio di un fronte freddo, con cieli tersi e venti da nord-ovest, sono spesso eccellenti.
  2. Cerca venti di coda: Un vento favorevole in quota (superiore a 20 km/h) agisce come un nastro trasportatore, incentivando gli uccelli a mettersi in viaggio.
  3. Sfrutta il post-temporale: I giorni di pioggia bloccano la migrazione. Il primo giorno di bel tempo successivo a una perturbazione vedrà la partenza di tutti gli uccelli “accumulati”.
  4. Scegli la postazione giusta: Posizionati su colli, crinali e valichi montani tra le 10:00 e le 14:00, quando le termiche sono più forti e i rapaci volano più alti.
  5. Controlla i radar e i report: Siti specializzati in migrazione (come EuroBirdPortal) mostrano i movimenti in tempo quasi reale, permettendo di anticipare un grande afflusso con 24-48 ore di preavviso.

Osservare la migrazione chiude il cerchio del nostro percorso. Si parte dal singolo canto nel giardino di casa per arrivare a comprendere i grandi movimenti planetari che collegano continenti. È la dimostrazione finale di come questo hobby, nato dal desiderio di quiete, possa aprirci a una comprensione più vasta e profonda del mondo naturale e del nostro posto al suo interno.

Ora che avete gli strumenti e la filosofia giusta, l’unica cosa che resta da fare è uscire. Prendete un taccuino, il vostro nuovo binocolo e dirigetevi verso il parco più vicino. Non andate con l’ansia di “trovare” qualcosa, ma con la curiosità di “vedere” ciò che si mostrerà. Iniziate oggi a trasformare l’atto di guardare in un’arte dell’osservazione.

Scritto da Marco Sartori, Marco Sartori è uno zoologo e Guida Ambientale Escursionistica certificata AIGAE con oltre 10 anni di esperienza sul campo. Collabora attivamente con Parchi Nazionali per il monitoraggio della fauna selvatica, in particolare grandi carnivori e avifauna. È formatore per nuove guide e autore di manuali sul tracciamento animali.